Mai una sporca gioia.

Le immagini non sono di alta qualità ma si può comunque ammirare la riproduzione del gol della Via Verdi contro il Campetto rifatto per l’occasione dal Liverpool FC. Grazie ai ragazzi del Liverpool che si sono prestati all’esperimento.

Alcune interpretazioni sul gol date dai giocatori della Via Verdi sul gol:

Davide Alba (capitano): il tiro era debole e centrale ma poco prima di giungere sui guantoni del portiere si è aperto uno squarcio spazio-temporale e la palla è entrata. Ne sono certo perché ho sentito “squarch”. Oppure era il mio bicipite femorale?

Giovanni Di Benedetto (autore del gol): quando giocavo nelle giovanili del Valeriano-Pinzano mi sono allenato per anni nel famoso “tiro effetto scomparire” detto anche il passerottino. Si tratta di una tecnica che coniuga la meditazione zen, il frequente uso di sostanze psicotrope e un portiere di merda.

Yury Krasilnikov (difensore contagioso): In quel momento ero girato a schiacciarmi una piaga purulenta della varicella e non ho visto bene.

Andrea Trevisan (attaccante): appena è partito il tiro ho iniziato a bestemmiare per quanto era lento, poi ho dovuto anche esultare. Troppe emozioni in un colpo solo.

Parrucchieri-Pettirossi (demoralizzatore): ma va cagar!

Alessandro Lo Coco (in quel momento in panchina): io pensavo solo a entrare in campo, indicare il sette e scaraventare la palla nel sacco.

Max Onori (portiere a gettone): dalla mia postazione sembrava più un passaggio al portiere che un vero e proprio tiro.

Denis Mior (numero 10): a volte il calcio è pvopvio stvano. E la mia pizza con bufala a inizio cottuva eva squisita.

Roberto Andriani (centrocampista): e pensare che dovevo esserci io al suo posto.

Vigor (attaccante): ho visto fare un gol del genere solo a Gozer il gozeriano.

Claudio Bortolussi (roccia): senza quel gol di merda avremmo perso, saremmo andati tutti a casa e non avrei dovuto pagare la cena a tutti quei morti de fame.

Francesco Siddi (libero!): Arbitro! Ma è mai possibile, dio *****. Non si può giocare in queste condizioni, bisogna usare i cartellini. E allora arbitro!

Achille Toffolon (il mister): uno con un culo così è meglio averlo con noi che contro di noi.

Esco al minuto 70 di gioco, stremato. Faccio il giro del campo per entrare negli spogliatoi. Apro la porta che conduce al tunnel del vestuario, mi ci sto per infilare dentro e sento: goool. Il pareggio. E’ la seconda volta che Bergamasco entra, non tocca palla e prendiamo il pari. Mai una sporca gioia tutta intera.

Campetto – Via Verdi 1-1 Di Benedetto (VV), un coglione (Campetto)
Note: nessuno spettatore; non ho mai capito se l’arbitro donna si dice arbitra, arbitressa o signora arbitro; ieri non pioveva ma mancava lo stesso Matteo Cieol; il numero 14 del Campetto si è esibito in una esimia prova di declamazione ripetuta di bestemmie di acciaio senza andar incontro all’azzurra sanzione; per un tempo e mezzo, finalmente, una gagliarda Via Verdi; ci è mancato l’estro di Le Roy.

Sconti natalizi: paghi tre prendi zero. Solo al discount di via Verdi.

E’ giunto il momento di una riflessione che – mi permetterete – vuol essere semi-seria. Il “semi” è perché si tratta solo di calcio, eppure non faremmo parte di una squadra e non saremmo iscritti a un campionato se il nostro scopo fosse perdere sempre. E’ un discorso che riguarda tutti e nessuno. Tutti perché ognuno di noi, indipendentemente dall’età, avrebbe da imparare qualcosa dallo stare in un gruppo. Nessuno perché a nessuno di noi è stato imposto di giocare contro voglia.

1) I problemi tecnico-tattico-atletici sono noti. Siamo una squadra fisicamente leggera e giù di fiato su campi pesanti come il “Dei Pioppi”. Tra il primo e secondo tempo abbiamo sempre un crollo fisico, dovuto sia ai cambi sia perché, eccetto qualche elemento più giovane, al momento nessuno ha 80′ brillanti nelle gambe. Questione di allenamento? Non solo. Ma ciò rimanda al punto 2.

2) Rispetto (anche) all’anno passato i nuovi elementi non solo fanno fatica a trovare una collocazione in campo, ma vige un’anarchia tattica dovuta al fatto che la maggioranza della rosa attuale non ha mai giocato a calcio a 11. Di conseguenza anche i movimenti base, le cose da fare sul terreno di gioco e certe accortezze, latitano. Mister Toffolon ha dovuto re-iniziare dall’abc e avremmo il dovere di ascoltarlo. Lo si nota anche dalle piccole cose come: rincorrere un avversario quando si perde palla, non aspettare fermi il pallone, non avere una lista dei battitori di punizioni, rigori, angoli (né uno schema sui suddetti). Lo si evince persino dal non avere un urlo di battaglia degno di questo nome a inizio match. Quello che intendo dire è che non è un problema solo di piedi, anzi. Eccetto la figura autorevole del mister e di qualche veterano che fa sentire sporadicamente la propria voce, mancano figure leader in campo (quando parlo di figure leader intendo persone che non si vergognano di credere in quello che stanno facendo\dicendo benché sappiano perfettamente che questo è solo calcio amatoriale). Mancano giocatori che sappiano vedere e prevedere gli sbandamenti durante la partita e che intervengano emotivamente\psicologicamente. La mancanza di un definito urlo di battaglia, per esempio, è sintomo di un’indifferenza generale verso quanto sta accadendo hic et nunc, come se giocare fosse una vergogna. Ovviamente non si punta il dito contro nessuno, ma con una rosa a tal punto rinnovata non si può certo chiedere ai nuovi di farsi latori del messaggio, perché giustamente non è ancora il loro ruolo gerarchico. Era un problema che si era manifestato le passate stagioni, ma soltanto quest’anno lo si riesce a inquadrare al centro dei risultati disastrosi. Alla ViaVerdi manca un’identità, sia in campo che, soprattutto, fuori. Inutile avere le borse omologate se devono essere orpelli che non rappresentano niente. E’ un discorso generale e ognuno si sentirà responsabilizzato a proprio modo, ma credo non ci si possa aspettare che il solo Francesco Siddi abbia il coraggio di parlare apertamente alla squadra. Il ruolo di leader dovrebbe essere itinerante e dovrebbe ispirare anche il resto della truppa.

3) Una cosa bella che accade nella VV è che nessuno viene crocifisso per un errore. Eppure ho la sensazione che ciò accada più per omertà che per volontà di non infierire. E ciò è un male. Uno spogliatoio dovrebbe essere un luogo dove sviscerare i problemi che riguardano il rettangolo di gioco. E’ bene che nessuno venga colpevolizzato per il poco impegno o per un infortunio tecnico, ma nemmeno che uno si illuda di fare bene quando i risultati sono quello che sono. Sarà un banalità ma si vince e si perde insieme. E ci sono modi e modi sia di vincere che di perdere. Se avessimo il fuoriclasse, colui che cangia le partite, il mattatore probabilmente si dovrebbe fare dei distinguo, ma così non è. Questo dovrebbe facilitare la direzione tecnica a far ruotare i propri giocatori (cosa che non accade con regolarità) sia a istituire un processo di meritocrazia nell’essere titolari. Visto che nessuno di noi è in grado di fare la differenza, nessuno di noi è autorizzato a stizzirsi di fronte a una scelta tecnica. Non dovrebbero esistere né anzianità, né longevità, né affidabilità, né simpatie. Perché è evidente che questi parametri non funzionano. Se il risultato dev’essere simile a quello delle ultime tre partite casalinghe, allora tanto vale sperimentare nuove soluzioni con uomini che magari giocano meno.

4) Eppure la meritocrazia ha un criterio e credo lo si debba ricercare nelle intenzioni del giocatore. Le intenzioni investono tutta una serie di azioni pratiche (dall’andare agli allenamenti sino al riprodurre gli insegnamenti del mister in partita) che hanno una teleologia intrinseca: impegnarsi. Impegno e concentrazione sono armi indispensabili per chi ha limiti atletico-tattici. Certe svogliatezze e vaghezze sono figlie di molti fattori ma uno solo è realmente disturbante.

5) In una squadra come la VV ricevere il pallone durante un’azione di gioco equivale a non saper cosa fare della sfera. L’improvvisazione, come dice spesso mister Toffolon, può essere un elemento a favore solo se si costruissero continue azioni d’attacco, mentre noi non arriviamo nemmeno a tirare in porta. Il giocatore che riceve palla viene investito -da fuori e da dentro del campo- da tutta una serie di “consigli” su a chi darla, come, quando e perché. Il risultato di tanta confusione è ancora più confusione. Non a caso finché siamo in superiorità numerica (difesa e centrocampo) si riesce anche a fare 2 o 3 passaggi di fila (spesso sporchi e affannati) ma nel momento in cui superiamo la metà campo i problemi affiorano con prepotente evidenza. Esempio? Il terzo gol di ieri contro il Borgo Cappuccini: retropassaggio al portiere che tenta un dribbling nell’area piccola e regala palla all’attaccante per il facile appoggio in rete. Quando ho chiesto al Testa cosa gli fosse passato effettivamente per la testa mi ha candidamente risposto: non sapevo cosa fare. Al di là del fatto che un pallone vagante in area lo si dovrebbe sparare su Saturno per default, Testa ha più ragione di quanto non creda. Ma c’è un altro esempio paradigmatico: sullo 0-3 per i Capuziner, un nostro attaccante evita bene il fuorigioco e si ritrova a tu per tu contro il portiere avversario. Risultato? Passaggio rasoterra per la comoda parata centrale. Ok, era a fine partita. Ok, il nostro attaccante l’ha persino giocata tutta. Ok, è titolare fisso da tante partite e un po’ di appannamento ci può stare. Ma l’esempio mi sembra illuminante. Invece di scaricare in rete la frustrazione di non segnare un gol da 4 partite, di non fare un tiro in porta da 3, di fare un gol della bandiera che non avrebbe cambiato nulla del match, ma che avrebbe reso meno amara la sconfitta e la sensazione di averci almeno provato; quel tiro fiacco è l’emblema della Via Verdi di questi tempi: impotente.

6) Non tutto è male. Entriamo in campo sempre gagliardi e i primi tempi, sebbene passati a non prenderle, ci vedono sempre ben messi e propositivi. Purtroppo quei crolli di autostima che ci caratterizzano al primo gol subito, rendono bene il concetto di impotenza di cui sopra. Ci sgonfiamo come soufflé. Eppure sono convinto ci sia una bella differenza nel perdere come si è perso lunedì contro il Real Eligio piuttosto che come si è perso ieri sera o contro l’Atletico Ellepi. E tutti quanti dovremmo comprendere che un gol fatto a tempo scaduto o a risultato ormai compromesso, come una rincorsa di 50 metri a recuperare su di un avversario involato, valgono molto di più che certi personalismi, certe stolide rivendicazioni e certe sclerotizzazioni di uomini e di idee.

Dai, ragazzi. Riprendiamoci.

Forza ragazzi

The Umbrella man.

La verità sull’omicidio Kennedy è torbida storia americana. Poco si sa di ciò che accadde veramente a Dallas 50 anni fa esatti, ma c’è un particolare che ha incuriosito opinione pubblica e fanatici del complottismo: il mistero dell’uomo-ombrello. Nelle immagini ricavate dal cosiddetto filmato Zapruder (che non è quello usato nel’ufficiale caso Warren), pochi istanti prima della sparatoria dove perse la vita il presidente Kennedy, appare un uomo con un ombrello nero aperto, nonostante l’abbacinante giornata di novembrino sole texano. Molti pensarono fosse un segnale per il\i cecchino\i; altri ipotizzarono fosse un’elaborata arma archimedea, altri ancora che ci fosse comunque un coinvolgimento di Umbrella-man nell’attentato. Con l’affermarsi delle contraddizioni che emersero con il filmato Zapruder, l’opinione pubblica chiese a gran voce all’uomo-ombrello di farsi avanti per far luce su uno dei giorni più plumbei di uno dei periodi più neri della democrazia statunitense. Ebbene, l’uomo-ombrello si fece avanti e confessò la più imponderabile, per quanto logica, delle verità: l’ombrello aperto simboleggiava una personale protesta contro alcune scelte politiche del padre di John, Joseph Kennedy. Nell’iconografia del tempo, Kennedy senior veniva sempre raffigurato con un ombrello nero appresso. Louie Steven Witt, questo il nome dell’uomo-ombrello, ebbe a dichiarare: “Se ci fosse una particolare classifica dell’uomo sbagliato che stava facendo la cosa sbagliata nel momento sbagliato, ci sarei io al primo posto con un infinito di vantaggio sul secondo”.

Anche il calcio è un po’ così. Una teoria del complotto dove, spesso, la verità non emerge se non a posteriori sotto forma di errore o giusta intuizione. In una squadra come la VV sono più i dubbi che le certezze. Analizziamoli insieme:
– dopo il primo tempo contro l’abbordabile Edil Narciso, nel quale ognuno di noi avrebbe volentieri sostituito Nunzio Floramo con una rotatoria spartitraffico, chi avrebbe mai ponderato che proprio la sostituzione del fumantino difensore avrebbe propiziato il gol vittoria dei narcisisti edili? E’ un caso o il Nunzio dal Signore porta bene?

Sigla (per Mauro Bergamasco)

– Ma vogliamo spingerci oltre nella speculazione. Che connessione c’è tra lo straordinario rientro tra i pali di quel che rimane di Massimo Onori (la sua massa grassa è scesa al solo 3%) e le sue mutande targate Glorious?

Il presidente Nixon in una scena di Point Break.

Il presidente Nixon in una scena di Point Break.

– Siamo davvero sicuri che l’incontro tra Licia da una parte e Andrea e Giuliano dall’altra fosse avvenuto PER CASO? E non fosse, invece, una malvagia macchinazione di Satomi, l’uomo dai capelli di lavanda?
– Lo sapevate che in una recente inchiesta scientifica redatta in una rivista gay da Nando Pagnoncelli si è scoperto che in carriera Alessandro Lo Coco ha passato più tempo ad infilarsi i calzettoni da calcio che su un campo vero e proprio?
– Oppure vi siete mai chiesti perché i risultati degli amatori sul Messaggero Veneto sono sempre sbagliati? Non è per noncuranza o non controllo delle fonti, bensì perché il giornalista che li scrive è alcolizzato.
– Ha più coraggio mister Toffolon con Siddi libero o Antonio Ricci nell’elaborare una battuta su Berlusconi? Se ci pensate mai time out fu più azzeccato visto che Caio Bortolussi faceva la mezzala di spinta, Cataldi Giuseppe stava sulla fascia ma con l’occhio buono cercava ancora tra le fronde dei rami a bordo campo un pallone che si era perso nel primo tempo, Mior stava cercando il suo colorito naturale e il Berga non l’ha mai vista.
– E’ possibile, in un regime democratico ed egualitario come una società sportiva amatoriale, impedire -anche con la forza se necessario- di far tirare una punizione dal limite allo scadere ad Antonino che è anche forte lui, ma non è che abbia il piedino educatissimo?
– Krasilnikov si dopa?
– Alberto – Le Roy – Ragagnin c’era? E se no, possibile l’evento sia legato a una sua filiazione con la loggia massonica P2? E se no perché non parla?
– Emiliano Coghetto è uno pseudonimo? E’ lui il nuovo presentatore di “cucine da incubo” versione Polcenigo e limitrofi?
– In squadra abbiamo almeno uno che si chiama Marzio? Perché no?
– Simone non De Forni, quell’altro, ha avuto un arresto respiratorio quando da marcatore si è spostato a centrocampo?
– E’ Marco Del Col o Marco Dal Col? Questione di complementi, direbbe il presidente Morson.
– Non trovate anche voi che il migliore in campo sia stato Giovanni Vaccher?

Via Verdi – Edil Narciso 0-1; Tizio (EdN) nel secondo tempo.
Note: spettatori paganti 0, presenti 6 (5 dell’Edil Narciso tutti maschi e Monica Bagnariol per la Via Verdi che ringraziamo); l’arbitro era così basso che potevamo fare senza; la Via Verdi perde l’imbattibilità casalinga in una partita orribile; panchina lunga non sempre fa buon brodo); a domanda del mister: “Bene il fiato?”, Nunzio Floramo risponde: “No fa le nuvolette”.

Le Antipagelle.

Onori: doveva fare il portiere e il terzino ma il mister l’ha risparmiato. Sul gol ero girato.
Krasilnikov*: ibrido tra Onopko e Hyppia ma più forte.
Siddi: soffre di alcuni momenti di appannamento respiratorio in cui se la prende con uno a caso.
Simone: quando è salito a centrocampo stavo già chiamando il Pronto Soccorso con il defibrillatore. Toffolon lo risposta in difesa prima che fosse troppo tardi.
Alba: meno campanili del solito a tagliare il campo. Si vede che non è ancora lui.
Lollo: troppo pensieroso, ma la luna in venere la settimana prossima saranno favorevoli. Denaro * Amore *** Via Verdi *1\2.
Cieol: non è la sua partita dice lui, deresponsabilizzando il resto della squadra.
Mior: fa urlare al gol una sua gran conclusio…no, scusate, errore mio.
Floramo: sv
Vigor: il terreno dei Carpazi iera mejo, dichiara alla stampa.
Tony: ha la palla buona, se la magna.

A disposizione di mister Toffolon:
Andirivieni (Andriani): ha un modo di giocare enigmatico. Lo risolveremo.
Bortolussi: meno crudele del solito.
Ferdinand: il mister lo carica così: “siamo ai ferdi corti”.
Bergamasco: senti, ti ho già messo i Metallica, caxxo vuoi di più?
Di Benedetto: buono per rompere il fiato.
Lo Coco: sv
Timothy Dalton: sv
Marco Dal Col: sv
Cataldi: sv

*hombre vertical.

Giustizia privata.

La Via Verdi perde punti e testa contro il Lecce sul neutro di Corva. Due a uno per i padroni di casa al termine di un match tiratino (ma con pochi tiri), dove è stato sventolato l’ennesimo cartellino azùl nei minuti di recupero quando gli animi si sono un po’ surriscaldati. Il cartellino azzurro è una vergogna nazionale.

Ciò ci porta immediatamente ai temi caldi della settimana: razzismo territoriale e violenza privata. E non posso farlo senza avvallarmi della collaborazione di un nuovo volto della VV, due volte vicecampione europeo di testate (si è arreso solo al russo Krasilnikov, in odore di squalifica in quanto si dice abbia applicato una placca di titanio sotto la fronte). Ecco a voi: Mary Elizabeth Mastronunzio

Nunzio - Justify- Floramo mentre festeggia l'argento agli Europei di Tallin.

Nunzio – Justify (leggi: Giastifai)- Floramo mentre festeggia l’argento agli Europei di Tallin.

Q: Nuntium, partiamo dall’intervento killer sul capitano Devidàlba. Cosa hai provato in quel momento?
N: Violenza, rabbia, rappresaglia.
Q: Non hai provato a pensare che avresti esacerbato gli animi già svaporati e portato danno alla tua squadra?
N: Io devo far rispettare la legge.
Q: Ma sei un vigile delle fuoco…
N: Vivo o morto tu verrai con me.
Q: non sei Robocop e nemmeno Alex Murphy (quello dentro Robocop ndr) Fermo, che fai? Metti giù quella mazza da hockey.

Justify ha deciso per la giustizia privata ma lo spirito del Patron Giuseppe Verdi incarnatosi nel mister ci ha ricordato che quella era una partita di calcio, non un set cinematografico con lo zombie stuntman di Charles Bronson. Credo di identificarmi con il sentimiento della squadra nell’assolvere le brutte figure di lunedì (parlo al plurale: da una parte e dall’altra). Di certo Am Corva-ViaVerdi non sarà stata una gara che poteva ambire a spostare l’asse terrestre, ma certi atteggiamenti non fanno bene alla retorica di queste parole. Sennò la barbarie è dietro l’angolo. Nunzio ci fa capire che ha imparato la lezione mostrandoci la fototessera della caviglia di Devidàlba e schiumando rabbia dal volto.

Albacaviglia

L’altro tema in calore è quello del razzismo territoriale. Tre episodi degni di biasimo sono occorsi nella partita di Corva. Il primo, durante la prima frazione, in cui Andriani, dopo un fallo subito, si accanisce in un idioma straniero contro l’avversario reo, il quale ha prontamente reagito dicendo che “qui si parla l’italiano”. Un atteggiamento tipicamente leghista che è assolutamente normale in questa landa. Il secondo episodio occorre nell’autogol del pareggio da parte di Trevi che ci ha sempre abituati a mettere gol nella porta avversaria. Trevi ci ha ricordato che non si può sempre scegliere la porta avversaria perché sarebbe razzismo territoriale. Teo Cieol gli ha fatto presente che è per questo che si cambia porta tra primo e secondo tempo. Il terzo episodio deprecabile avviene fuori dal terreno di gioco. Esprimo mio personale rammarico per l’oblio in cui è stato lasciato Alessandro Lo Coco lungo la fascia laterale a sbandierar. Non lo trovo molto corretto.

Am. Corva – Viaverdi 2-1 Marcatori: Tony (VV), aut.Trevisan e Coso (Am.C).
Note: – Nella bruma era difficile distinguere se ci fossero spettatori, direi a occhio e croce una decina. – Non pare anche a voi che gli arbitri anziani siano come i cinesi? Tutti uguali. – Cartellino azzurro per il numero 17 del Lecce per reiterate ingiurie contro il Signore Nostro Gesù Cristo, la sua dolce Mamma e il Padre, quello severo che gode a veder sventolare il cartellino azzurro per bestemmie.

Le Antipagelle.

Babuz: prende un gol da un suo compagno e un altro con la collaborazione di un compagno. Per il resto è bello.
Krasi: sembra in palla nel primo tempo, ma nel secondo invoca la madonna nera di Chernobyl.
Simone: già leader della difesa: sutura sicura.
Quel Novo: il suo forte sono le punizioni alte sopra la traversa. Ma dietro c’era bisogno del suo dinamismo.
Lorenzo: dinamico ma non sempre preciso. Preciso ma non sempre dinamico.
Trevi: l’autogol pesa solo per il momento nel quale è avvenuto, per il resto partita di sostanza in un ruolo non suo.
Cieol: sporca migliaia di palloni senza ripulirli.
Di Benedetto: vorrebbe stoppare un pallone, fallisce.
Andriani: reinventa il concetto di no-look. Guarda dove sono i compagni e poi lancia dove non ci sono.
Tony: il Binarelli dell’area di rigore. Prestigia un gol e se ne magna un altro.
Vigor: Il terrore dei Carpazi predica nel deserto dei Tartari.

A disposizione di mister Toffolon.
Mior: arriva nella ripresa, entra nella ripresa, sparisce nella ripresa.
Coghetto: si arrabbia con l’arbitro perché un compagno di reparto gli ha suggerito sbagliato. E l’arbitro minaccia una nota ad entrambi.
Ferdinand: dichiara alla stampa: sono solo al 14% del mio potenziale.
Lo Coco: sbandiera novo, sbandiera sempre ben.
Devidàlba: rientra dopo il rientro del rientro per infortunio e si infortuna. E’ il suo anno.
Nunzio Floramo: sotto la doccia.

007 – Missione pesa alla Pesa.

Una squadra coriacea, volitiva, mai doma. Un collettivo non dotato di grandi individualità ma di un solido gioco. Forse non belli esteticamente ma efficaci ed essenziali. Tutto ciò è il Bar alla Pesa, fusione societaria tra il vecchio Azzanello e la casa di riposo “Tramonti sereni” di Pasiano di Pordenone. Solo due cose potevano inframmezzarsi tra loro e i tre punti contro la ViaVerdi, la sfortuna e…

Timoteo

Timoteo

Ma chi è Timothy Dalton? Un amico per le mamme o una iradiddio sulla fascia destra? Probabilmente entrambe le cose. In attesa della carrellata riepilogativa sulla rosa della ViaVerdi, conosciamo da vicino uno degli eroi di giornata, con uno stralcio dell’intervista rilasciata a Ciaknews dal giovane Timothy Dalton, nato a Guantanamo (Pn) nel 2004, alla prima del suo film da protagonista 007- Missione pesa alla Pesa.

Q: Timothy, è vero che quand’eri un neonato tua mamma ti metteva l’aglio nel biberon per trovarti anche al buio?
A: No, è una voce messa in giro da Sean Connery e Roger Moore.
Q: Timothy, lo sapevi che le sopracciglia di Niki Lauda non sono mai ricresciute?
A: Chi?
Q: Timothy, è vero che nel 70 d.C. Paolo di Tarso ti ha eletto vescovo di Efeso?
A: No, è una brutta carognata detta da Daniel Craig.
Q: Timothy, con chi vuoi dividere i meriti per il tuo gol?
A: Con il portiere avversario, Eupremio Ruggiero.

Ma non è solo Timoteo l’eroe di giornata, il premio Hombre Vertical goes to…Mirco Babuin. Se cerchi Babuin su google immagini esce questo:

Mirco Babuin da una foto d'archivio di un autovelox.

Mirco Babuin in una foto d’archivio di un autovelox a Fagnigola.

Con il rigore parato ieri sera nei minuti finali di Bar alla Pesa – ViaVerdi 3-4 Mirco Babuin supera Gianluigi Buffon come rigori parati in carriera (3). Sul ribaltamento di fronte post rigore, la ViaVerdi segna con Timothy Dalton . Ma chi è Timothy Dalton? Un amico per le mamme o una iradiddio sulla fascia destra? Ah no, già fatto.

L’antitabellino e le Antipagelle

Bar alla Pesa – Via Verdi 3-4 Zoia (BaP), Trevisan (VV), Sutto (BaP), Andriani (VV), Valeri (BaP), Antonino (VV), Dalton (VV).
Spettatori: non credo ce ne fossero perché il campo di Azzanello veniva usato dagli Americani per i test nucleari. E poi il terreno di gioco dà su ettari di palude.
Note: Trevisan sul primo gol della Viaverdi scivola, colpisce il pallone a campanile, la palla prende una strana traiettoria, batte sulla traversa e sulla schiena del portiere per l’1-1. Ho visto una sola volta un gol del genere: Lorient-Ajaccio su Pes. Trevisan ha avuto la decenza di non esultare. Il gran gol di Antonino viene vanificato da una partita folle e rischia l’oblio. Salviamo i gesti tecnici dall’estinzione! Babuin festeggia con un rigore le sue 16.000 presenze con la maglia neroverde. Ma apriamo il televoto: Mirco Babuin è più bello o più bravo?
Note aggiuntive: datemi il nome dell’architetto che ha pensato gli spogliatoi del campo di Azzanello. Mi serve per la cuccia del mio cane invisibile.

Babuin: sembra la versione barbuta di Milagros con Grecia Colmenares.
Krasilnikov: dichiara: non ho mai avuto un infortunio muscolare perché bevo tanta birra (non è uno scherzo)
Siddi: a 62 anni corre come un regazzino delle medie-inferiori.
Baz: reduce dal terzo tempo di Bannia, dal quale non è mai tornato.
Cataldi: la peperonata alle 18.30 non è stata una grande idea.
Cieol: fa legna in mezzo ma a volte la lascia lì.
Mior: non nella miòr condizione. Esce per omosessualità a fine primo tempo.
Timmy: ce l’ho nel fantacalcio csi.
Andriani: si becca un giallo per aver elencato tutti i codici iban dei parenti di un avversario reo di un fallaccio a metà campo.
Trevisan: la madonna di Lourdes avrebbe dichiarato che lei un gol del genere non sarebbe riuscita a farlo.
Antonino: un gol di pregio. Da antoniologia.

Di Benedetto: si guadagna la vita eterna con un disimpegno di tacco fallito al limite dell’area che ha raccolto le bestemmie d’acciaio di una intera squadra amatoriale.
Lo Coco: perno inamovibile.
Del Col: ancora da rivedere l’intesa con se stesso, ma si sta ambientando.
Ferdinand: eccetto un paio di disimpegni falliti, qualche irruenza di troppo, un cross direttamente sul fondo ed un rigore per un fallo di mano nella propria area, non ha fatto male. Avercene con quella grinta.
Devid Alba: Rientra in campo dopo l’amputazione delle gambe, non se la cava male.
Bergamasco: entra e segna. E anche se non è andata così è andata così.

E ricordate il motto del Sarone: Andone? Restone? O cossa fone? 

Le cronache di Arnica

Codesta narra le gesta del pelìde Miòr che perse il pallone con cui giocava da pargolo, dentro la palude attorniata da fossi e pioppi: tanto che la palude era soprannominata dai villani del loco la palude dei fossi e dei pioppi. E come per incanto da imberbe fanciullo che ancora non sapeva se il suo nome si scrivesse con una o due “enne” (ossia se Denis o Nenis), si ritrovò baldo vincastro del centrocampo verdiano a guidare un manipolo di manigoldi verso il prestigio et l’honore. Il terribile tiranno di Arnica insidiava i confini della contea banniese retti dal saggio re Achille I (detto Toffolone), famoso  per la cottura sulle braci con la carne disposta rigorosamente col 3-5-2 (tre wurstel, cinque bistecchine e due coste; più Babuin). Il salomonico Achille vistosi accerchiato dalle schiere con vessillo bianco\azzurro chiese ai suoi opliti l’agone per la vittoria. << Vittoria per noi è libertà>> pare abbia incitato gli stallieri a fine primo tempo. Miòr, come ridestatosi da un sogno che aveva fatto da bambino in cui suo nonno gli regalava le sue prime scarpe da calcio, dicendogli:<< Queste sarebbero per te se non fossi nata femminuccia>>. Al rimbrotto del bambino che lui non era per niente una femminuccia, il nonno esplose in un tripudio di frattaglie e nel cratere lasciato dalla sua esplosione, il piccolo Denis vide un budello che conduceva al Wyoming (leggi Uaioming), o così lui pensava. Allora Denis cominciò ad inoltrarsi in questo budello e vi rimase qualcosa come ventisette anni a strisciare nella terra. Quando finalmente vide la luce in fondo al tunnel si mise a scavare e spingere sempre più forte. Si sentiva la bocca riarsa ma assaporava già la consistenza dell’aria pulita, Sbucò con un piede e poi con l’altro in quello che lui pensava fosse il Wyoming e che invece era la palude dei fossi e  Dei Pioppi di Bannia (Pn). La forra che l’avea inghiottito sbucava fuori dall’area di rigore difesa dai vassalli del tiranno Arnica. La palla era lì, di un pallore spettrale, dopo essere sgusciata dalle ruvidità dei frombolieri arnicesi. Doveva solo essere spinta. Miòr la vide e la scagliò come un druido che ci crede…

Uno a zero e vaffanculo.

Le Antipagelle

VIa Verdi – Bar Arnica 1-0 (63° MIor)
Babuin: bello ed essenziale come diceva la Nannini.
Krasilnikov: un muro con la erre moscia.
Bortolussi: causa il rigore del 2-0 per gli avversari. Nella prossima partita.
Siddi: Siddi libero!
Andriani: irriconoscibile con quel taglio.
Cieol: sembrava un Galia bianco.
Cataldi: esce tra le lacrime.
Ferdinand: sulla sua fascia sembra di assistere a una royal rumble con il redivivo Eddie Guerrero.
Trevisan: voglio ma non faccio.
Antonino: su tutta la regione cielo parzialmente nuvoloso con ampie schiarite a partire dalla fascia sinistra.

Note: spettatori 5; al minuto 34 del primo tempo il capitano del bar Arnica viene espulso con cartellino azzurro per aver maltrattato un bambino (questa è fine. E il fine giustifica i mezzi).

Le imprese extra-calcistiche di Barwuah (1° puntata)

Ciao il mio nome è Barwuah e le combino coloured.

Dopo mille indecisioni, ripensamenti e crisi su come titolare questa nuova rubrica, si è optato per un nome sobrio e non offensivo. Gli altri nomi papabili erano: Il Banano (troppo volgare e razzista); Padre Pia (troppo tecnico, non tutti sanno che la figlia che non ha mai conosciuto si chiama Pia); Cosa sarebbe successo se Balotelli fosse brutto come Ribery? ( che non è male, ma suona troppo generoso nei confronti di uno che ha dimostrato quanto soldi + ignoranza possano essere sponsorizzati). E siccome il Barwuah nazionale ne combina che neanche Gianburrasca, ci vuole un documento che rimanga ai posteri su che inutile persona sia.

Barwuah ha giganteschi difetti come essere umano, ma ciò che non gli manca mai è la f.i.g.a. Segno che le donne riescono ad essere ancora più vuote e stronze di questo bitorzolo umanoide. Per inaugurare la rubrica congediamo la bella Fanny che è resistita circa 4\5 mesi con il campione (ci chiediamo come sia possibile). Immaginatevi un ipotetico dialogo:

Bar:<< Alura, buah, buah barwuah, wuah, buwaha>>.
Fan:<< Squit, squit, fiii, squit, alotella>>.

Ciao Fanny, ci mancherai.

Minneamoro.

Questo invece è Fanni, Rod.

Rod Fanni dell’OM.

La bandiera mettila nel cuore.

Forse è iniziato tutto quando le fighette hanno scoperto lo stadio come vetrinetta surrogato delle riviste di gossip (mi ricordo in modo vivido la paraguayana agli scorsi mondiali). Il ché implica ci siano giocatori come Matri, ad esempio. Eccetto un mio amico credo che gli juventini non esistano, esattamente come i torinesi che strascicano le<< é>> ma raddoppiano le consonanti quando nessuno li sente. Da non-più-juventino che co-implica il fatto che un po’ juventino (almeno finché sarà vivo il mio vecchio) lo sarò sempre (non chiedetemi quindi chi preferisca tra le tre grandi sorelle) e che una eventuale vittoria in CL mi farebbe un po’ gioire, vi assicuro che tifare Juve è un concetto vuoto, è come essere d’accordo con il governissimo. Nemmeno Vidal, il Buffon che saluta la curva nazi della Lazio, Marchisio il pavido esistono. Forse esiste, ecco, Chiellini che è tanto forte quanto tonto, catapultato dalla rossa Livorno in un mondo che neanche capisce tanto bene (<< Basta che continui ad inseguire il pallone, figliolo>>).

Ed esiste quel particolare-juventino che è Antonio Conte, che da bravo oriundo recita la parte. Questa gente non la capisco. Come quei calciatori che dicono che si trovano bene al Milan: solo perché Galliani ti porta la figa e il popper in ritiro. Qui si incastrerebbe in modo eccellente il discorso su quanto sarebbe forte Balotelli se fosse brutto come Ribery.

Anche uno come Conte ha capito che lo scudetto, in Italia, è bello se lo vincono le squadre che non lo vincono mai. Poi ci lamentiamo che la Coppa Italia e l’Europa League non valgano niente. Diciamoci un segreto: la Coppa Italia non vale fino a quando qualcuno non la alza, dopo aver vinto la finale.
Visto che è un tipo verace, le sue esternazioni trasudano la noia per questo scudetto scontato e  se lo vogliono tenere devono alzare l’asticella. Chiaro, mica coi suoi soldi. Io uno come Conte lo capisco: ambizioso, tenace e aziendalista quanto vuoi. Ma non capisco quelli che aderiscono a questo marketing gretto e marchiano, a tratti imbarazzante, che ti porta ad avere gli striscioni finanziati dalla società: puliti, plastificati e con le frasi pre-scritte (e non vietate ai minori) direttamente estrapolate da ‘L’arte della Guerra’ di Sun Tzu (magari). Ma dai. Ricompattare un popolo che non è mai esistito e, se è esistito, è quanto di più eterogeneo, parastatale possa essere concepito. Il tutto dopo una scandalo di proporzioni bibliche che se fosse successo in Inghilterra li avrebbero mandati a giocare in Irlanda del Nord. Ma no, non c’è nulla di certo. Sono convinto non ci sia nulla di certo: con le prove che avevano non serviva neanche scavare più in profondità. C’ha ragione Berlusconi: la giustizia non funziona.

Ma che Moggi sia solo un maneggione incauto non credo sia la tesi più accreditata oggigiorno. Allargo il campo: ovunque ci sia Berlusconi i sospetti sono legittimi. E anche se la percezione nazionale è ottenebrata dalla sua immagine mediatica, vedrete che al momento del trapasso avremo la stessa percezione che tutti quanti hanno di Andreotti. Tutti tranne la stampa, ovvio.

Dopo aver detto tutto questo al mio amico juventino, mi risponde:<< Ma non fare discorsi da milanista dai. Rigore si rigore no, nulla di clamoroso. Poteva finire 3-1 ‘sta partita. Sai cosa gli ciavava (fregava) di vincere lo scudo vincendo o pareggiando [perché gli ho anche parlato della percezione mediatica di vincere uno scudetto 1-0, anziché 0-0]. Tutto giusto così, fidati>>.

Un po’ di ragione ce l’ha, in senso strettamente calcistico. Esclusa la Juventus ditemi una sola squadra che, secondo voi, ha espresso un calcio migliore. Forse se la Fiorentina avesse trovato un po’ di continuità o se non si fosse fatto male Klose nella Lazio. Ma nulla di clamoroso, appunto.
Per inciso: a me la Juve di Conte non piace. Eccetto l’intensità e il ruolo di pivote aggiunto di Bonucci, non trovo grosse innovatività. Gli schemi in attacco sono tre, con varianti, ma tre di numero e l’unico giocatore veramente forte là davanti è Vucinic che, si sa, non ha sempre voglia. La differenza è nel ritmo e nel ruolo chiave di alcuni giocatori: Lichtsteiner, Asamoah e Vidal\Marchisio\Pogba. C’è anche da dire che si è presentato come il tecnico del 4-2-4 e adesso è più uno da 5-3-2, perché si vince di più. A lui non piace perdere. Ma come diceva Bielsa:- La sconfitta ci dona consistenza, ci solidifica-. E la scoppola di Champions ha un po’ svegliato dal torpore vanaglorioso Conte, si è reso conto che in Europa con il 5-3-2 di operai arrivai ai quarti (se hai un buon sorteggio agli ottavi). Perché i piedi buoni sono piedi buoni. Almeno una nota positiva in questo ennesimo scudetto senza più cuore.

E comunque io non farei mai un discorso da milanista neanche nel sonno.

La sizza del Lunedì: calcio amatoriale & Pamela Anderson.

Hello everyone,

Mi è giunta una mail di lamentele dall’arcivescovado di New York perché parliamo sempre meno della realtà amatoriale e sempre di più di fidanzate di calciatori. La firma è del cardinale Dolan, che era in prima fila, insieme a Verstappen, per fare il collaudatore della Sauber, ma ha poi optato per la carriera ecclesiale e cinematografica. Autore di pellicole di culto quali Il cavalieri oscuro – la vera storia di Joseph Ratzinger quando faceva lo scenografo nei film di George Lucas -, accogliamo la richiesta del cardinale Dolan e parleremo dell’amatoriale.

Si sa che l’industria del porno non è più la stessa da quando Pamela Anderson è diventata famosa. Ma perché Pamela Anderson è diventata famosa? Non ce ne vogliano Joey e Chandler di Friends, ma riteniamo improbabile che un’autentica icona made in Canada, sia rimasta così indelebile nell’immaginario collettivo solo perché le sue minne ballonzolavano in un costume rosso. Spesso si confonde lo start up con le successive tappe di un percorso artistico formativo. Il vero motivo per cui Pamela Anderson, a sessant’anni suonati (o quanti ne ha), detiene il record di copertine su Playboy, è che in un famoso video, girato con mano ferma insieme al suo ex (all’epoca era neo) marito Tommy Lee (da non confondersi con Tommy Lee Jones che è un bovaro texano esperto di alieni e di principi del Belair), durante un amplesso in cui l’inquadratura indugiava insistentemente sull’inguine di Tommy Lee (da non confondersi con Tommy Vee che è un bovaro trevigiano che crede di aver inventato lui la musica house), lui le dice:- Oh baby, sto per venire:-. E lei:- Coprimi*-. Tutto qui. Guy Debord direbbe che in una società spettacolarizzata, spettacolarizzare lo spettacolo non è causa ma effetto della spettacolarizzazione; una sua perversione a fini riproduttivi. Questo perché il culto dell’immagine è un sistema integrato che plastifica e mercifica e la mercificazione è la peggior alleata del tempo che passa e dell’effetto buccia d’arancia. Per farvi un esempio: mangereste mai delle fette d’ananas sciroppate Dal Monte scadute nel ’94? Quindi parafrasando la legge di Warhol, scritta dall’artista sul tovagliolo sul quale sorseggiava il suo Martini Dry, perché Pamela Anderson è rimasta famosa più di 15 minuti e, ad esempio, Flavia Vento no?
Spettacolarizzare un’immagine significa estetizzarla? Non confondiamo i campi. L’immagine è una cosa, l’immaginario un’altra. Ed è sull’immaginario spettacolare che avviene quel processo\tentativo di resilienza al tempo che dovrebbe trascendere le rughe o le cadute di stile. Esempio concreto?
Pamela Anderson è questa:

pamela_anderson_american-actress-candian-citzenship-6

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma anche questa:

Pamela Anderson Opts Out of Makeup in Malibu!

Che uno disce se le minne sono quelle di cui sopra, posso anche rischiare d’inciampare sulle sue occhiaie.

L’immanentismo sincronico della fotografia non permette all’icona il trascendere dell’immagine hic et nunc. Quindi si riduce tutto ad un fattore estetico, nel quale possiamo affermare che, nel suo sistema, la Pamela Anderson della prima foto è meglio della seconda. E lo facciamo perché altrimenti, tra le due foto, la mente umana si troverebbe in uno stato di inequivocabile confusione. Questo livellamento estetizzante non vieta di pensare che trattandosi della stessa persona, probabilmente Pamela Anderson questa gran figa non lo è mai stata e fosse famosa per altri suoi attributi. L’immaginario espresso dall’iconografia di CJ Parker, in Baywatch, lasciava intuire che l’attrice che la impersonava fosse una cagna invereconda, ma anche sensibile, giusta ed ingenua. La realtà restituitaci dal video del viaggio di nozze con l’allora marito Tommy Lee, invece, ce l’ha restituita come tutti speravamo che fosse: cagna e basta. L’abitudine alle telecamere e all’ostentazione della propria immagine (che è a sua volta un prodotto riproduttivo della mente di Pamela -che ha ridisegnato il suo corpo come voleva che apparisse-) certo aiuta ad essere disinibiti anche di fronte ad una handycam imbracciata dal marito, ma l’intimità è tutta un’altra cosa. Per quanto giovane, l’immagine della Pamela sul lago dell’ammore, è più accostabile a quella della seconda foto.

Non è marginale notare che la pubblicazione di siffatto video e la notorietà raggiunta al pubblico di ogni età e genere, dovrebbe farci sorgere la domanda: si guarda il video perché Pamela è famosa o l’avremmo fatto comunque? E che sia una filtrazione rubata o un’abile operazione di marketing, non è più un discorso marginale. Perché per rispondere  alla domanda di cui sopra, dobbiamo convenire che sono entrambi i fattori ad essere influenti. E nel farlo notare che l’immagine pubblica di Pamela Anderson, immersa nel divenire cronostorico, è mutata ancora nel corso degli anni, ma il suo immaginario, invece, rimane inalterato.

Il filmato amatoriale hard della luna di miele di Pam è stata una delle prime testimonianze del prorompere dell’intimità nella sfera del mondo delle celebrity, uno degli ultimi taboo catodici a cadere e scoprirsi architrave della comunicazione nxt gen, ossia la rete. Timidi tentativi sono stati fatti anche in Italia, ma con risultati scadenti perché prevedibilmente didascalici o perché palesemente fittizi. Ed uno dei motivi per cui l’immaginario di Pamelona è inossidabile è per l’estremo realitysmo che lo circonda. D’altra parte il dilemma dell’uovo di Colombo – espresso dalla domanda di cui sopra -, è ciò che intendo per realytismo: non guardiamo il video solo perché è di Pamela Anderson in quanto v.i.p., ma soprattutto perché è Pamela Anderson senza l’immagine a cui eravamo abituati ad accostarla ( e l’unico modo che poteva avere Pamela per scoprirsi di più era solo il porno). Se ci pensate bene lo stesso “Grande Fratello” spettacolarizza lo spettacolo cercando, attraverso una pseudo-realtà, di unire e confondere quel processo d’origine nel quale un uomo comune diventa famoso proprio nel momento del suo essere comune e proprio per quel motivo. Cerca di tramutare la normalità in divismo puntando sulla natura realistica del divismo. Ma nel farlo prestabilisce regole e precetti affinché l’individuo comune stesso si tramuti in divo; un realismo dopante, deformante.

Intervallo per non udenti:

Non so a me comunica che Pamela vorrebbe salvare le foche facendo pompini. A voi?

Sky non fa la stessa cosa? All’interno di certe regole e moralismi ovvio, ma l’intrusione delle telecamere negli spogliatoi prepartita , tra ragazzotti imbalsamati e zarri dal cuore d’oro che salutano la mamma, non vorrebbe restituirci quel grado di intimità e realtà che ci era precluso? In realtà è una mistificazione. Per chiunque abbia giocato a calcio a qualunque livello, la dinamica da spogliatoio ha sempre certe connotazioni. Non credo che per i calciatori professionisti sia poi così diverso.  Per cui introdurre la telecamera irrigidisce la naturalità dell’immaginario alterandola e virtualizzandola. Insomma è l’esatto contrario dell’amatoriale. Ecco perché secondo il sottoscritto il calcio che sarà, quello verace, quello sincero, quello prolet, non potrà prescindere dalla sua componente più tradizionale ed amatoriale che possiamo anche declinarla così: il fatto che con due zaini e una palla il calcio è già gonfio della sua essenza formativa. Introducendo delle telecamere in uno spogliatoio amatoriale, si otterrebbe un deformante approccio alla Sky, che devierebbe naturalmente il reale nel realytistico. Tuttavia l’approccio narrativo, descrittivo o, tornando a Pamela, rubato dalla videoteca di casa restituirebbe l’essenza semplice, chiara e distinta del calcio. Esattamente com’era e non è più. Lo stesso rivolgere più riflettori alla realtà ci restituirebbe più umanità e più svirgolate. L’errore, ad esempio, è l’essenza del comico e anche non lo vogliano ammettere la serie A stessa si regge sulla differenza tra campione e nullità. Insomma che le immagini nel video di Pamelona siano sgranate, il linguaggio colorito, la recitazione di bassa lega e la parte della cerimonia non solo incredibilmente kitsch ma anche skippabile grazie al fast forward, non mina il know-how di un pompino come si deve.

Credetemi: se la vostra ragazza nell’intimità, al culmine del piacere, vi dicesse ‘coprimi di sborra’, voi lo vorreste rivedere. E allora nessuna Ilaria D’Amico che tenga potrà dirmi che gli addominali di Balotelli siano più interessanti degli addominali di Nicola Fantin o che i gol di Messi siano meglio dei tiri alti di Denis Mior. Anzi. Oppure che i pipponi di Mourinho abbiano più pregnanza degli insulti a bordo campo di PP. Che Achille Toffolon non abbia una rubrica settimanale su TPN (Telepordenone ndr) su come pescare lo storione e che Gianni Cerqueti stia ancora facendo telecronache in RAI, indica perfettamente per quali motivi l’industria del porno (e del calcio) è in ginocchio: 1) icone pop strapagate per fare cose che comunque fanno tutti tranne in Vaticano. 2) Spettacolo che si spettacolarizza amplificando l’eco delle proprie promesse non mantenute (e non ditemi che Siena-Chievo non è una promessa non mantenuta dall’ingannevole pubblicità sky che la disegna come la sfida salvezza più intensa di tutti i tempi) 3) La multidisciplinarietà impone alti standard di performance. Che una siliconata con il cervello immerso nel cloro e la voce di Sbirulino -che sulle note alte preorgamiche sveglia il Fox Terrier dei vicini anche se indosso l’auricolare-, mi faccia credere di essere la madre di una figlia che, ad occhio e croce, ha due anni più di lei e sta con un negro che, guardacaso, ha un pene di un metro che basta per tutte e due e avanza, lo trovo patetico. Per questo dico: prima diventi un’attrice e poi in caso ti rifai le tette. Così come sarebbe importante uno sceneggiatore che almeno azzecca qualche nesso causale nelle vicende. Inutile spiegarvi che Pamela Anderson non decantava il Petrarca mentre spompinava a Tommy Lee, eppure un due cazzate per farglielo venire duro le trovava. Invece sembra che Fabio Caressa sia uno di quegli stanchi sceneggiatori di catena di montaggio del porno che punta le fiches sull’epica della vicenda e su particolari di contorno del tutto irrilevanti. 4) Senza realismo il realitysmo è farsa. E, a mio avviso, se devo valutare un porno solo dall’atto (come avviene in molti casi mainstream, puntando sul carisma dei performers) almeno che ci sia passione e non urlacci a ripetizione che non sai mai se è venuta oppure è partito l’antifurto dell’Audi. A questo punto togli il sonoro e fai mixare il video da Skrillex. Questo per dire che non automaticamente quando il Bologna passa la metà campo, il telecronista deve vederci una potenziale azione da gol da rendere memorabile con isterie fuori contesto. 5) Sembra senza soluzione il nodo problematico del se sia possibile spettacolarizzare la realtà senza deformarla. Con alcune abili operazioni di maquillage il porno sembrava essersi reinventato. In verità è soltanto riuscito ad arginare temporaneamente lo tsunami amatoriale o rendendolo indistinguibile da un prodotto mainstream, oppure in una promozione di viral marketing che ha intasato i flussi riproduttivi online. Tutto ciò non ha nulla a che vedere con il fine artistico della pornografia, ma è uno slittamento ex post degli strumenti di fruizione. Così ha fatto il calcio. Non si è inventato nuovi prodotti esportabili, ma ha saturato il mercato ed incipriato il naso a protagonisti e co-protagonisti, mantenendo un totale, omertoso ed ossequioso distacco etico che si traduce in una globalizzazione di pensiero. Ascoltare le interviste di calciatori ed allenatori è diventata una estenuante prova di resistenza alle banalità. E più si banalizza il pensiero più quelli di Sky sembrano goderne. Qui scado nella speculazione, ma secondo me è perché più l’attaccante dice che non è importante il suo gol ma come si è espressa la squadra, più quelli di Sky credono di aver fatto un affare in termini di costi e tempi. Scatenando, tra l’altro, antagonismi ad orologeria perché la palpebra non cali. E in tutto questo ci tolgono persino la Gialappas perché non faceva più profitto come una volta.

Se io posso permettermi di dire che l’Azzanello è una squadra insopportabile e che giocarci contro è una rogna e ci rischi le tibie, è perché so che in questo cazzo di blog è molto difficile che un giocatore dell’Azzanello si imbatta in questa frase dopo un post lungo un chilometro. E se anche il loro terzino letterato leggerà troppo e arriverà alla frase incriminata, non se ne abbia a male. Io c’ho giocato contro l’Azzanello e ce le siamo date in campo di santa ragione con strascichi di follia a bordo campo connessi. Che male c’è? Mica li ho giudicati come persone. Ne ho dato solo una opinione da avversario. Mi chiedo perché non si possa fare. Capisco che riprendere una partita amatoriale poi devi riempirla di bip al posto delle bestemmie ed è un lavorone in fase di post produzione, ma in fin dei conti cos’è meglio? Anche non fossero bestemmie o imprecazioni, ma semplici concetti calcistici non filtrati dal buonismo televisivo, non riterreste questo prodotto infinitamente più qualitativo? Insomma vi ricordereste di Pamela se avesse fatto solo Baywatch?