La Sizza del Lunedì (Ode a Marcelo Bielsa)

 “[…] Il successo è deformante, rilassa, inganna, ci rende peggiori, ci aiuta ad innamorarci eccessivamente di noi stessi; al contrario, l’in-successo è formativo, ci rende stabili, ci avvicina alle nostre convinzioni, ci fa ritornare ad essere coerenti. Sia chiaro che competiamo per vincere, ed io faccio questo lavoro perché voglio vincere quando competo. Ma se non distinguessi quello che è realmente formativo e quello che è secondario, commetterei un errore enorme.”

Vi siete mai chiesti perché si usa il participio del verbo succedere per indicare una vittoria? Perché è ciò che segue un’azione concreta, ciò che avviene secondo un causa-effetto essendoci di mezzo un fine, uno scopo. Lo scopo del calcio è fare gol, andare avanti, vincere le partite secondo le regole. La progressione, che è un cardine di questo sport, non è però da intendersi solo come fenomeno fisico singolo. E’ un movimento collettivo che non isola il giocatore da molti fattori extra-fisici. La tensione alla vittoria è qualcosa di astratto. Il gol è quanto di più concreto possa esserci. Su questi due piani bisogna lavorare per essere una squadra di successo; per farlo gli ingredienti sono molteplici e bisogna avere la fortuna di poterli coordinare assieme. Tutti questi ingredienti partono da un assioma: se la vittoria è una progressione portata a buon termine di eventi, allora anche il fine del calcio sta in quella progressione.

Il calcio è movimento.

Il calcio è movimento.

Il famoso aforisma bielsista ‘il calcio è movimento’, non è altro che una condensazione di questo assunto teorico. Il fatto che lui estremizzi questo concetto traducendolo, per quanto possibile, su un piano pratico lo ha reso famoso al mondo per essere ‘El loco’. Pep Guardiola stesso non ha mai nascosto di aver imparato più da Bielsa che da chiunque altro. Solo che Guardiola ha avuto meno coraggio sia nella scelta della squadra, un Barcellona pieno di talenti, sia nell’interpretazione complessiva del credo ‘il calcio è movimento’. Bielsa omette una componente essenziale alla frase: il calcio è movimento verticale. (Ed in questo Guardiola si è dimostrato meno ricettivo). Se il trionfo passa attraverso le vittorie e le vittorie attraverso il gol ed il gol attraverso il gioco d’attacco e il gioco d’attacco attraverso una organizzazione collettiva e così via, allora deve esserci anche una direzione verso la quale è orientato il tutto: quella direzione è la porta avversaria. Verticàlidad.
E Bielsa non si dimentica nemmeno cosa avviene dopo il trionfo, dopo il successo. Solo altro successo, perché il calcio divora instancabilmente se stesso. Qui Bielsa si ferma, riflette, rimugina, rimane sbalordito, folgorato. Se il calcio è movimento verso il successo che, in fin dei conti, non arriverà mai, ciò a cui io devo dedicarmi è ciò che succede, la successione. E Marcelo Alberto lo esegue in modo ossessivo, maniacale; compiendo il vero sforzo metafisico, quasi alchemico, di tradurre in pratica una teoria filo-sportiva, si è accorto di una cosa: che la vittoria davvero non arriverà mai, che basta la tensione ad essa, perché il trionfo è foriero di una deformazione verso se stessi.

“La relazione tra esito e insuccesso è stata fondamentale nella mia vita, ma esito e felicità non sono sinonimi (…) dovremmo chiarire alla maggioranza che l’esito è l’eccezione, che gli esseri umani solo a volte trionfano. Abitualmente questi si sforzano, combattono e vincono, ma solo ogni tanto, molto di rado. (…) L’esito è deformante, rilassa, inganna, ci peggiora e ci spinge a innamorarci di noi stessi, il fallimento è al contrario formativo, ci solidifica, ci dona coerenza”.

Ciò che ci rende felici non è il successo; la relazione tra felicità e trionfo è impropria e asimmetrica. Ciò che ci rende davvero felici è il gioco stesso, il mettersi in gioco, l’essere-gettati nel gioco. E il tempo delle analisi è sempre tempo ben speso, soprattutto nella sconfitta, perché -cito- ci solidifica, ci dona coerenza. Ecco perché giocatori e tifosi dell’Athletic club dovrebbero essere felici di non aver vinto nulla, nonostante meritassero di più.

All’indomani della sconfitta in copa del rey contro il Barcellona di Guardiola, Marcelo si lascia andare ad una chiacchierata amara con i suoi calciatori, figlia del disappunto per le cocenti sconfitte (l’ultima di appena due settimane prima contro l’Atletico di Madrid in finale di Europa League). Ma ci sono due piani distinti da tenere in considerazione che nel discorso di Bielsa sono aggrovigliati l’uno all’altro: uno fisico, l’altro metafisico. L’Athletic, che aveva fatto una stagione straordinaria, eliminando in Europa League Squadre del calibro di Psg, Manchester United, Schalke 04 e Sporting Lisbona (senza quasi: una champions league), non ne aveva più. Era scarico mentalmente e fisicamente. E se le squadre di Bielsa non mantengono quell’atteggiamento oppressivo sul campo, si sciolgono. Perché Bielsa è in grado di plasmare la squadra a immagine e somiglianza della sua personalità. Se qualcuno gli chiedesse: perché pressare sempre così alto ed in modo asfissiante? Risponderebbe: perché sono un tipo ansioso. Bielsa forse lo sapeva, forse no, non importa. Nel discorso è chiaro: – Avete giocato male e avete perso. Forse eravate troppo appagati dalle recenti vittorie. Se non volevate trovare le ultime energie residue per la gloria, peggio per voi. Non è per questo che sono qui. Ma gettando la spugna senza giocare avete commesso quello che secondo me è l’errore più imperdonabile: non essere degni delle aspettative che avete dato al vostro popolo. Non ve ne rendete conto, siete ragazzini milionari, ma quello che avete fatto è stato ignorare ciò che vi dà da vivere, il calcio stesso. Ed in ciò mi sento umanamente responsabile anch’io -. Il lutto sportivo è solo anticamera di un delitto peggiore, sfuggente e metafisico. E questo non lo si può imparare alzando un trofeo. Da brividi.

E aspetterei a definire disastrosa l’annata corrente. Perché un anno come questo, con tutto quello che è successo a Ibaigane, avrebbe affossato chiunque. Bielsa, a fronte di qualche turbolenza di troppo e della sua intransigenza, ha indossato l’elmetto e si è messo in trincea. Perché è nel periodo più nero che vedi meglio la luce.

Il calcio è come la vita: caotico succedersi di successi ed in-successi. Ora a voi decidere se pressare alto o meno.

 

 

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