Fuori amici, in campo nemici I

Una delle cose che gli addetti ai lavori (e non) del mondo pallonaro fanno fatica a capire è che il calcio, come tante altre realtà, si regge su due assunti forse irriducibili l’uno all’altro: le storie di sport (che possono appassionare trasversalmente) e il tifo (che unifica unilateralmente); a valle, chiaramente, della macro-divisione tra chi il calcio lo pratica e chi lo guarda soltanto. Non c’entrano nulla i gol, gli scudetti, le coppe ed il fatto che sia uno sport asimmetrico, imperfetto e fondato sulle pedate e sulla discrezione arbitrale. Volete una prova scientifica di questo teorema? Quanto resistereste a vedere e rivedere partite come Chievo-Siena zero a zero (per nominare due squadre della massima serie che non fondano sullo spettacolo le proprie fortune)?
E siccome sono uno con la puzza sotto al naso, sono persuaso dalla convinzione che senza immedesimazione, questo sport avrebbe la stessa eco della scherma o del tiro con l’arco (di cui sentiamo parlare alle Olimpiadi, se va bene). Le dinamiche da tifo sono quelle che mi interessano di meno; non che la cornice non impreziosisca il quadro, ma nascondono un aspetto psicologistico piuttosto infantile. E non mi riferisco al comportamento sub-umano (o sospensione della razionalità) del tifoso da curva, ma ai motivi che portano a tifare per ‘una serie di squadre’ a matrioska. In Italia, ad esempio, la prima scrematura è offerta dalle squadre che, più delle altre e per vari motivi, si sono contese e strappate a vicenda lo scudetto negli ultimi anni (sempre). Le tre grandi innominabili che hanno un bacino di utenza nazionale. Poi le medie, a carattere più regionalistico, ma che mantengono uno statuto eccezionale. Ed infine le piccole, le squadre che pescano tifo rappresentando una città, una regione, una realtà alternativa. Non a caso per questo tipo di società si parla di salvezza come di uno scudetto. Come dicevo le motivazioni per tifare Milan, Juventus o Inter sono piuttosto infantili: gioire o compartecipare alla felicità per una vittoria  probabile. Il ché determina a catena anche rivalità dialetticamente accese tra l’una e l’altra parte. Per Roma, Lazio, Fiorentina, Napoli il discorso è diverso, ma non meno immaturo. L’indefesso tifoso giallorosso vive la propria affiliazione come fede, come anticonformismo, come una sfida uno contro il mondo. Non a caso sono i supporters più accesi, spesso politicamente schierati e fisicamente contundenti. Racchiudono una rabbia ed una frustrazione indefettibile che riversano in arzigogolati anatemi contro il Palazzo, l’arbitro, la squadra avversaria, l’incapacità gestionale della propria società. Realtà come Chievo, Udinese, Torino, invece, palesano notevoli limiti di appeal e d’immagine, tuttavia riescono a catalizzare una fidelizzazione campanilistica resiliente alla globalizzazione del sistema calcio. Ma generalizzando a questo modo si corre il rischio di perdere tutto un sottobosco di significanti che le grandi società cercano, da sempre, di obliare. Ad esempio mi sapreste spiegare perché, attualmente, la squadra per la quale tifo è l’Athletic club (al di là delle mie remote origini basche)?

Il calcio nasce in periferia, in quella lingua di terra piovosa e fangosa che è l’Inghilterra. E’ stato esportato sui carghi che partivano da Liverpool e Southampton come un bacillo influenzale. E’ approdato, ad esempio, sulle coste della Biscaglia ed ha avuto un’influenza (di origine e specie) così forte che, in un territorio in odore di indipendentismo e fortemente identitario, ha mantenuto il lemma anglofono. Potrei fare altri numerosissimi esempi in (quasi) ogni continente, ma l’importante è coglierne le motivazioni. Ho due teorie al riguardo:a) l’origine rurale del calcio e b) l’effetto immedesimazione delle leghe minori. Poco fa ho affermato che tifo e storie di sport sono termini inconciliabili; forse negli effetti, ma i due principi, a ben vedere, si integrano alla perfezione.
A) Senza scrollarsi di dosso il pesante fardello che il calcio dai grandi capitali porta con sé, esso non è uno sport per ricchi. Rende ricchi a chi lo pratica, ma all’amante del pallone questo importa relativamente. Per chi non avesse letto Nick Horby (Febbre a 90°), ricordo che nella natia Inghilterra, il calcio è sempre stato un motivo d’evasione e d’incontro dalla sfibrante vita da quartiere popolare. Ma potrei fare esempi spazialmente più vicini: chi si ricorda del vecchio stadio Moretti, nel cuore di Udine, o del vecchio Pino Grezar nella zona industriale triestina? In Inghilterra queste divisioni erano ben più accentuate, tanto che nella Londra pallonara, le squadre dei vari quartieri si assumevano il carico di ‘rappresentare’ un determinato ceto sociale, un’estrazione di nascita, che subito veniva esibita con la distinzione tra colori di casacche (stesso concetto medievale del Palio). Ma questo è anche uno dei motivi per cui quasi tutte le società importanti ci tengono ad avere un anno di fondazione ed una storia delle origini ben definita. Quasi che retrodatando nella notte dei tempi la propria nascita, si accresca lo statuto ontologico di club. E’ un processo storico-psicologico: la fierezza epica delle origini (pensate all’Eneide di Virgilio). La storia del calcio, spesso, si confonde con il mito del calcio.
B) Strettamente connessa alla prima teorizzazione, se ne trova una seconda che ho chiamato ‘effetto immedesimazione delle leghe minori’. Il calcio, le cui regole universali valgono a qualsiasi latitudine, è uno sport che perpetua e riproduce se stesso quasi all’infinito. Dal collo d’imbuto delle leghe professionistiche, passando per lo svasamento a delta del calcio non-professionistico ed amatoriale, fino a giungere alle riproduzioni miniaturizzate (calcio a 5, a 7, calcio saponato). Ciò che permea queste realtà particolari sono il verisimile rapportarsi con la matrice originaria, la genesi dello sport in sé, perdendo di strada i suppellettili mediatici, di popolarità e ristabilendo una gerarchia valoriale che fa riacquistare al calcio un’identità definita, intrigante e primigenia. Il non essersi smarrito nella mera fruizione, lo stabilizzarsi in uno sterminato cosmo accomunato da regole e rapporti, il non diluirsi del tutto nella sterile faida tra fazioni avverse, ha permesso a questo sport di sopravviversi e mantenerne inalterato il fascino. D’altra parte è evidente come il perpetuarsi della gestualità (dall’esultanza alla protesta), delle teleologie (lo scopo del gioco è vincere, fare gol, trionfare nel proprio campionato di competenza) sia una mimesi di quello che si vede, si gusta e si fruisce in televisione. Ma c’è di più. Non essendoci nessun premio, nessuna ricompensa, nessuna gloria, il calcio ruralizzato ricupera tutta un’ etica non-professionistica toccante ed attuale. Nelle squadre si instaurano rapporti di amicizia, di privilegio, d’invidia. Si formano clan, si fa la doccia separati, si cena e si esce assieme e ciò rappresenta, dentro e fuori dal campo, intere vite con tutte le contraddizioni del caso, il cui fil rouge è una palla di cuoio rotolante. L’altro giorno ero preso a guardare il palmares di un tifoso milanista che, sul suo profilo facebook ha elencato tutte le squadre in cui ha militato ed i ‘trofei’ che ha vinto. Ovviamente nulla che possa anche minimamente avergli cambiato la vita. E la percentuale di mitomania (dovuta all’essere milanista, il peggior tifoso d’Italia per via della spocchia) non intacca il senso di quel palmares: rappresentare un’esistenza comune come eccezionale.

Persino nella ViaVerdi, squadra amatoriale si creano questi rapporti controversi. Persino negli accoppiamenti in allenamento certe amicizie\inimicizie vengono a galla testardamente, stupidamente, amorevolmente. Come se anche il calcio fosse principio, o meglio paradigma, dell’esistenza. Ma questa è una storia che racconterò in seguito.

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